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Integrazione dell’esperienza di Respirazione Olotropica e lavoro successivo
 
Le sedute di Respirazione Olotropica possono aprire la mente a un livello molto profondo e cambiare la relazione fra le dinamiche
consce e quelle inconsce.
L’esito finale delle sedute non dipende da quanto materiale traumatico è stato portato alla coscienza ed elaborato, ma da come è stata completata e integrata l’esperienza stessa.
Di conseguenza, i facilitatori hanno bisogno di rimanere con i respiranti tutto il tempo necessario per aiutarli a raggiungere una
conclusione soddisfacente.
In questo capitolo preciseremo che cosa deve essere fatto prima, durante e dopo la seduta per far sì che la Respirazione olotropica sia sicura, efficace e produttiva.
Spiegheremo come si creano le condizioni per un’integrazione ottimale e come si aiutano i partecipanti nella transizione dal workshop
alla vita di tutti i giorni.
Nell’ultimo paragrafo rivedremo brevemente altri approcci all’autoesplorazione, tutti compatibili con la Respirazione olotropica, che sono stati usati occasionalmente da alcuni praticanti per completarla.
 
Creare le condizioni per un’integrazione ottimale
I primi passi verso un’integrazione riuscita si fanno durante la fase preparatoria, prima che cominci il lavoro esperienziale.
È importante dire ai respiranti che una condizione necessaria per il successo della seduta sta nel mantenere l’attenzione sui processi interiori, nell’abbandonarsi completamente all’esperienza e nell’esprimere senza giudizi le emozioni e le energie fisiche che emergono
durante il lavoro.
Insistiamo anche, il più possibile, perché i partecipanti sospendano l’analisi razionale e si fidino della loro guida e intelligenza terapeutica interiore più che del loro intelletto.
Durante le sedute i facilitatori possono aiutare i respiranti che mostrano una certa riluttanza a continuare o vogliono concludere
la seduta, rassicurandoli e incoraggiandoli a rimanere sdraiati, con gli occhi chiusi o coperti con una mascherina, e a continuare
a respirare con un ritmo più veloce. Se è necessario, i facilitatori possono rimanere con i respiranti recalcitranti per un po’ di tempo,
tenendogli la mano o offrendogli aiuto.
Dobbiamo cercare di evitare, a tutti i costi, che la seduta termini quando il respirante sta ancora affrontando un’esperienza difficile,
perché ciò porterebbe a una scarsa risoluzione del materiale inconscio e a una difficile fase post-seduta.
La condizione fisica ed emotiva dei respiranti di solito dipende in modo determinante da come si sentono nel momento in cui terminano
la seduta. Prima che i respiranti lascino la stanza, i facilitatori devono parlare brevemente con tutti e sapere come si sentono.
Nella situazione ideale, dopo le sedute, i respiranti non provano dolore o tensione fisica, sono rilassati ed emotivamente a proprio agio.
In caso contrario i facilitatori devono continuare il lavoro e rimanere con loro finché l’esperienza non viene completata in
modo soddisfacente.
 
Facilitare il passaggio alla vita quotidiana
Partecipare a un gruppo di Respirazione Olotropica, anche se si tratta solamente di un breve weekend introduttivo, tende a creare
un clima emotivo e intellettuale straordinario, che porta i partecipanti a una sorta di separazione dalla cultura che li circonda, non
diversamente da quanto avviene nei riti di passaggio delle culture native.
Tuttavia, nei riti di passaggio questa separazione è temporanea e, alla fine, le esperienze non ordinarie degli iniziati confermano
il punto di vista spirituale della loro cultura e creano un legame più stretto fra gli iniziati e il resto della tribù.
Questo non avviene invece con i seminari di Respirazione Olotropica che si tengono nelle società tecnologiche; in effetti si verifica una situazione esattamente opposta.
Qui i partecipanti vengono avviati a una comprensione della psiche e dell’universo che è radicalmente diversa dalla visione creata dalla scienza materialista che domina la civiltà industriale.
 
Integrazione dell’esperienza e lavoro successivo
La nuova prospettiva che emerge dal lavoro con gli stati olotropici di coscienza si discosta sia dall’ateismo occidentale sia dal mondo delle religioni organizzate.
Nei gruppi di Respirazione Olotropica questa nuova visione della realtà non viene fatta conoscere solo intellettualmente, ma è anche confermata dalle profonde esperienze personali dei partecipanti.
L’idea di un Dio che si trova al di fuori della creazione e può essere raggiunto solo attraverso la mediazione della gerarchia ecclesiastica viene sostituita dal concetto di intelligenza cosmica che ha creato l’universo e ne permea ogni parte.
È l’“Oltre Dentro” il divino, che si può trovare all’interno di ciascuno di noi perché, in definitiva, siamo identici.
Il mondo degli oggetti e degli esseri separati è un’illusione; alla base c’è un campo unificato, una matrice cosmica che collega tutte le cose. Ogni essere umano rappresenta un microcosmo che contiene informazioni sul macrocosmo e, in un certo senso, è commensurabile e identico a esso (“come sopra così sotto”, “come dentro così fuori”).
Il mondo materiale accessibile ai sensi e alle loro estensioni non è l’unica realtà: esistono livelli di esistenza che rimangono nascosti finché ci troviamo in uno stato ordinario di coscienza e questi livelli accolgono luoghi ed esseri archetipici, che formano e informano il mondo della materia.
La possibilità, o perfino la plausibilità della reincarnazione, del karma e della sopravvivenza della coscienza dopo la morte non è una questione di credo, ma una deduzione basata sull’esistenza di esperienze personali di vite passate, molto intense e convincenti, sperimentate negli stati olotropici.
L’autoesplorazione che usa gli stati olotropici tende quindi a creare una sottocultura distinta che accetta, o dà addirittura per scontate, certe realtà che nella nostra cultura una persona troverebbe strane o addirittura folli.
Questa situazione è particolarmente vera quando si tratta di un gruppo che ha condiviso le esperienze olotropiche per un periodo di tempo esteso, per esempio un seminario della durata di un mese, un corso di formazione per facilitatori, oppure un gruppo avanzato che si incontra regolarmente per un certo numero di mesi.
Per i respiranti questa visione del mondo appena scoperta non è irrazionale, bizzarra o stravagante, ma è trans-razionale, nel senso che comprende e trascende la ragione.
I suoi principi fondamentali vengono scoperti singolarmente dalla maggior parte degli individui coinvolti in questa forma di autoesplorazione.
Questa visione dell’esistenza, nella sua totalità, somiglia molto alle idee delle grandi filosofie spirituali orientali e delle tradizioni mistiche di tutte le parti del mondo: la filosofia perenne di Aldous Huxley (Huxley, 1945).
Inoltre, le esperienze olotropiche spesso chiariscono e confermano certe credenze delle tradizioni sciamaniche e delle culture native in generale.
Per i molti di noi che hanno incontrato la comprensione della psiche e dell’universo nel modo descritto qui, risulta davvero interessante e incoraggiante sapere che questa prospettiva, incompatibile con il pensiero newtoniano-cartesiano settecentesco del materialismo scientifico, è invece sostenuta e provata dai molti metodi del nuovo paradigma emergente, come quello della fisica relativistica- quantistica, l’olografia ottica e il pensiero olonomico, la nuova biologia, la teoria dei sistemi, e altri ancora (Capra, 1975; Pribram, 1971; Bohm, 1980; Sheldrake, 1981; Laszlo, 1993, 2004).
Nella nostra esperienza, tornando dai seminari di Respirazione olotropica, alcuni individui tendono a essere entusiasti di ciò che hanno sperimentato e visto, tanto da sentire il bisogno di condividerlo indiscriminatamente con gli altri.
Costoro raccontano di aver rivissuto la loro nascita, sperimentato ricordi delle loro vite precedenti, incontrato esseri archetipici o comunicato con i loro parenti morti.
Tutte queste esperienze si verificano quotidianamente nelle sedute di breathwork di persone del tutto normali, ma sembrerebbero impossibili o folli a persone che non hanno avuto modo di condividere tali esperienze.
Di conseguenza, è importante segnalare questi possibili inconvenienti ai partecipanti prima che il lavoro sia terminato.
Noi chiediamo loro di lasciare sedimentare l’esperienza per un po’ di tempo prima di parlarne con gli altri e, anche allora, di scegliere con cura le persone con cui condividere questa esperienza e le metafore da usare.
Dopo una seduta impegnativa raccomandiamo di non ributtarsi immediatamente nella mischia, e di trattenersi per parecchi giorni dal condividere le proprie esperienze con gli altri.
Se le circostanze lo permettono, è utile fare lunghi bagni, passeggiare in mezzo alla natura, fare un buon massaggio, meditare, dipingere e ascoltare musica.
Di solito le persone non sono in difficoltà per le esperienze che vivono, ma a causa di ciò che ne fanno.
Questo risulta vero sia che tali esperienze vengano indotte da tecniche psicoterapeutiche o da sostanze psichedeliche, o ancora se si verificano spontaneamente nella vita di tutti i giorni.
 
La SEN (Spiritual Emergency Network, Rete di Emergenza Spirituale) è un’organizzazione che Christina ha fondato nel 1980 per sostenere le persone in crisi spirituale.
Ai suoi inizi la Newsletter della SEN pubblicava un fumetto che rappresentava un’illustrazione grafica di questo fatto.
Stan, l’autore del fumetto, aveva preso lo spunto in India, quando aveva visto un gruppo di yogi che meditavano appesi agli alberi per i piedi.
BARZELLETTA GROF
Il fumetto mostrava uno yogi con la barba e un panno attorcigliato sui fianchi, che penzolava dall’albero a testa in giù.
Seduto sotto l’albero stava un uomo con addosso la camicia di forza; su di lui la nuvoletta del fumetto diceva: “Perché chiamano te mistico e me psicotico?” La risposta dello yogi era:  “Un mistico sa con chi non deve parlare”.
 
Tratto dal libro: Respirazione Olotropica,teoria e pratica.
"Nuove prospettive in terapia e nell’esplorazione del sé" di Stanislav e Cristina Grof - edizioni Urra - 2010
 
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