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4° Parte Psiche e Amore |
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Venere alla ricerca di Psiche.
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"Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di
mezzi terreni decise di tornarsene in cielo e ordinò che le
fosse allestito il cocchio che Vulcano, l’orafo insigne, le
aveva fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono
di nozze alla vigilia della prima notte.
Era un carro bellissimo per l’opera sottile della lima che
togliendo l’oro superfluo lo aveva ancor più impreziosito.
Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea,
quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi,
muovendo qua e là il collo iridato, si sottoposero al giogo
tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora
fosse salita e poi presero il volo.
"In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta
gazzarra e gli altri uccelli con canti modulati e con dolci
gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il
cielo si spalancò per ricevere sua figlia e l’altissimo etere
gloriosamente accolse la dea, né volo d’aquile o di rapaci
sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere
"Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze
misure chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a
disposizione Mercurio, il dio banditore.
"Il nero sopracciglio di Giove le disse di sì e Venere, tutta
trionfante, lasciò il cielo rivolgendosi con gran premura a
Mercurio che la seguiva."Fratello Arcade, tu sai che tua sorella
Venere non ha mai fatto nulla senza l’aiuto di Mercurio e saprai
da quanto tempo è che io non riesco a sapere dove si nasconda
quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente
attraverso un tuo bando che io darò un premio a chi la troverà.
Fa, però, alla svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare
bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e,
se contro le leggi si sia reso colpevole di averle dato
ospitalità, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla."
Così dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di
Psiche e ogni altra indicazione.
Poi se ne tornò subito a casa. Mercurio obbedì all’istante. Si
mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire
l’incarico di banditore che gli era stato affidato: Chiunque
catturerà o indicherà il luogo dove si nasconde una figlia di
re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si
rechi dal banditore Mercurio dietro le colonne Murzie.
A compenso della denunzia riceverà da Venere in persona sette
dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca.’ "Un
bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di
guadagnarsi un premio simile eccitò ogni uomo e tutti
gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore
incertezza.
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Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro
la Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la
voce che aveva in corpo, cominciò a investirla: ‘Finalmente hai
cominciato a capire che hai una padrona, serva d’una malora !
Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche finta di non
sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta
bene, ora però mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur
certa che sei caduta nelle grinfie dell’Orco e quanto prima la
pagherai, e come, questa tua insolenza.’ |
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Psiche davanti a Venere.
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E afferratala bruscamente per i capelli cominciò a strascinarla
senza che quella poveretta potesse minimamente reagire.
"Quando Venere se la vide portare davanti sbottò in una sonora
sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle
dentro dalla rabbia e grattandosi l’orecchio destro:
‘Finalmente’ le gridò ‘ti sei degnata di venire a salutare tua
suocera ! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in
pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla,
ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te,’ e
soggiunse: ‘dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?’ e
fattele entrare ad esse l’affidò perché la torturassero; e
quelle, eseguendo a puntino l’ordine della padrona, cominciarono
a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con
torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti.
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E Venere nuovamente scoppiò a ridere: ‘Sta a vedere che io
adesso debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che
dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre. Sì, proprio
felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di
una miserabile schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida
anch’io a chiamarlo figlio, ché mica è valido il matrimonio fra
persone di diversa condizione sociale celebrato, poi, così, in
campagna, senza testimoni, senza il consenso del padre; perciò
questo che nascerà sarà un bastardo, ammesso pure che io ti
lasci portare a termine la gravidanza.’
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Venere infligge la prima prova a Psiche. Aiuto delle formiche.
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E così dicendo le si precipitò addosso e cominciò a lacerarle in
mille brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla
per il capo, a colpirla furiosamente. "Poi si fece portare dei
chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci,
lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le
disse: ‘Sei una schiava così brutta che a me pare tu non possa
farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un
diligente servizio. Perciò voglio mettere alla prova la tua
abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e
fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima dì sera verrò a
controllare che il lavoro sia stato eseguito.
E lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne andò a un
pranzo di nozze. "Psiche non ci provò nemmeno a metter mano in
quel confuso, inestricabile cumulo ma costernata dall’enormità
di quell’ordine se ne rimase in silenzio come imbambolata. Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la piccola formica,
che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere,
provò compassione per la compagna del grande Cupido e condannò
la crudeltà della suocera.
Cosi cominciò a darsi da fare, su e giù, chiamando a raccolta,
dai dintorni, tutto il popolo delle formiche: ‘Correte, agili
figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a
una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore !’ E
quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi,
e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco,
disfecero tutto il cumulo, separarono i semi, li distribuirono
in mucchi secondo la qualità e poi, in un batter d’occhio,
disparvero.
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Sul far della notte Venere tornò dal banchetto un po’ brilla ma
odorosa di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose
meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: ‘Questo
lavoro non l’hai fatto tu’ cominciò a gridare ‘furfante che non
sei altro, ma è opera di colui al quale per tua e soprattutto
per sua disgrazia tu sei piaciuta e gettatole un tozzo di pane
perché non morisse di fame se ne andò a dormire. |
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Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d’oro, la
più interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perché, con
la sua sfrenata libidine non aggravasse la ferita, sia perché
non si incontrasse con la sua amata. E così, i due amanti,
passarono una notte triste, divisi e separati l’uno dall’altro
sotto lo stesso tetto. |
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La seconda prova e l'aiuto della canna.
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"Ma quando l’Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere,
chiamata Psiche, così le ordinò: ‘Vedi quel bosco laggiù che si
stende fin sugli argini del fiume e i cui rami più bassi quasi
toccano l’acqua e vi si specchiano? Ebbene là pascolano in
libertà pecore bellissime dalla lana d’oro lucente e non v’è
alcun guardiano.
Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po’ tu come fare, un
poco di quella lana preziosa.’
"S’avviò di buon grado Psiche non già per eseguire quell’ordine
ma per trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una
rupe giù nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle
da cui si possono trarre le melodie più soavi, quasi fosse
ispirata da un dio, così le parlò nel lieve murmure della brezza
leggera: "Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le
mie acque sacre con la tua morte miseranda e non avvicinarti,
ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perché la vampa
ardente del sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze
e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta addirittura
con morsi velenosi, esse s’avventano sugli uomini per ucciderli.
Intanto fin ché il sole del meriggio non avrà mitigato il suo
ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza
che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell’agio sotto quel
grande platano che, insieme con me beve alla stessa corrente.
Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco
vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d’oro rimasta
attaccata qua e là nell’intrico dei rami.
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"Così quell’umile canna umanamente indicava alla povera Psiche
la via della salvezza e questa non si pentì di averle dato
ascolto né indugiò a seguire a puntino ogni istruzione, tanto
che le fu facile compiere il furto e tornare da Venere
addirittura con il grembo colmo di soffice lana d’oro. |
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La terza prova e l'aiuto dell'aquila.
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"Ma nemmeno questa seconda prova, così rischiosa per giunta, le
valse a cattivarsi il favore della sua padrona la quale,
aggrottando la fronte e sorridendo amaro così le disse: ‘Non è
che io non sappia chi sia stato l’autore furfantesco anche di
questa impresa, ma voglio metterti ancora alla prova, proprio
per vedere se hai veramente tanta forza d’animo e tanta
saggezza.
Vedi lassù la cima a strapiombo di quell’altissimo monte?
Là c’è una sorgente le cui acque cupe scorrendo giù nel fondo di
una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano
le vorticose correnti di Cocito.
Voglio che tu vada là in cima, proprio dov’è la sorgente, e che
mi rechi all’istante, in questa piccola anfora, un po’ di
quell’acqua gelida" e così dicendo non senza minacciarla di pene
ancora più gravi, le consegnò un’ampolla di levigato cristallo.
Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del
monte sicura che lassù almeno avesse termine la sua infelice
vita.
Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese
conto del rischio mortale che comportava quell’impresa
smisurata.
Quella cima, infatti, enorme e altissima, liscia e a strapiombo,
inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto che
irrompendo dai crepacci e scorrendo poi giù per il pendio,
s’ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare
invisibile nella valle sotto stante. anfratti rocciosi, orribili
draghi strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle
vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente
spalancate alla luce.
Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse
provvedevano alla loro difesa: ‘Vattene!’ gridavano
incessantemente.
Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei
perduta!’ "Così Psiche rimase come impietrita nella sua
impotenza, presente col corpo ma lontana coi sensi, schiacciata
dall’enormità di un pericolo senza via d’uscita; e non le
restava nemmeno l’estremo conforto del pianto.
"Ma le tribolazioni di quell’anima innocente non sfuggirono
all’occhio attento della buona provvidenza.
E così l’uccello regale del sommo Giove, l’aquila rapace, spiegò
le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore dell’antica
obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rapì per Giove il
coppiere frigio *.
Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo
potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa
in pericolo, lasciò le eteree cime dell’eccelso Olimpo e
cominciò a ruotare intorno alla fanciulla: ‘O tu, ingenua e
inesperta come sei di tali cose,’ intanto le diceva, ‘speri,
proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola
goccia di quest’acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno
per sentito dire, che queste acque infernali fanno paura anche
agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito
giurate sulla potenza degli dei questi sogliono giurare sulla
maestà dello Stige ?
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Ma dammi quest’anforetta’ e là per là gliela prese e tenendola
stretta si librò sulle grandi ali remiganti e volteggiò a destra
e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue
triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell’acqua
riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finché era
incolume e alla quale però ella rispondeva che per ordine di
Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu più
facile avvicinarsi.
Psiche con gioia prese l’anforetta colma d’acqua e di corsa la
porta a Venere. |
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La quarta prova. Psiche discende agl'Inferi
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Ma neppure questa volta ella riuscì a placare la collera della
dea crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora più
terribili, con un sorrisetto velenoso le fece: ‘Credo proprio
che tu sia una gran maga, una di quelle stregacce malefiche dal
momento che hai eseguito come niente i miei ordini; ora però,
carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola’ e
gliela diede ‘e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al
lugubre palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo
cofanetto dicendole che Venere la prega di mandarle un poco
della sua bellezza, almeno quanto basti per un sol giorno perché
quella che aveva l’ha consumata e sciupata tutta per curare il
figlio malato.
Però cerca di tornare alla svelta perché io devo proprio farmi
una ripassatina prima di andare a una rappresentazione teatrale
degli dei.
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Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese
chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura.
C’era, infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a
recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti ?
Senza indugiare oltre salì allora su una altissima torre per
gettarsi di lassù a capofitto pensando che questo fosse il modo
migliore e più spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre
improvvisamente parlò: ‘Perché, disgraziata, vuoi ucciderti,
buttandoti giù? Perché dinnanzi a quest’ultimo rischio, a
quest’ultima prova vuoi darti subito per vinta? Una volta che il
tuo spirito sarà separato dal corpo andrai, sì, in fondo al
Tartaro, certamente, ma di laggiù in alcun modo potrai tornare.
"Ascoltami: poco lontano di qui c’è Sparta, la celebre città
della Acaia; cerca il promontorio del Tenaro che non le è
distante anche se situato un po’ fuori mano.
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Lì c’è l’imboccatura che porta all’inferno e attraverso le sue
porte spalancate si vede l’inaccessibile strada.
Tu varca la soglia e mettiti in cammino seguendo quella burella
e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai tuttavia
inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma recherai due
ciambelle d’orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due
monete in bocca. |
Percorrerai un buon tratto di quella strada che
porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e
un asinaio zoppo anche lui che ti pregherà di raccattargli
alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa
oltre in silenzio
"Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia
Caronte il quale per traghettare sulla sua barca rattoppata
quelli che vanno all’altra riva si fa pagare il pedaggio.
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Come vedi anche fra i morti esiste l’avidità di denaro e nemmeno
il famoso Caronte, né lo stesso padre Dite, un dio così potente,
fanno mai nulla gratis e un pover’uomo quando muore deve
procurarsi il prezzo del viaggio e se per caso non ha il denaro
lì pronto nella mano non gli danno neanche il permesso di
morire.
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"A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete
che hai portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le
sue mani, a prenderla dalla tua bocca. Inoltre, mentre
traverserai quella pigra corrente un vecchio morto dal pelo
dell’acqua solleverà verso di te le putride mani e ti
supplicherà di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti
piegare da una pietà che non ti è consentita.
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Attraversato il fiume, poco più oltre, delle vecchie intente a
tessere una tela ti pregheranno di dar loro una mano, ma tu non
farlo, non toccare quella tela, perché è un’insidia di Venere,
come tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due
ciambelle.
Non credere che perdere una focaccia sia cosa da poco conto:
basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai più la luce.
Perché c’è un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro
terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra
contro i morti ai quali però, ormai, non può fare alcun male;
egli cerca inutilmente di spaventarli e intanto eternamente
veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina,
custode della vuota dimora di Dite.( Ade, dio degli Inferi)
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Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; così
potrai facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti
accoglierà con cortesia e con benevolenza e ti inviterà a sedere
a tuo agio e a consumare un lauto pasto. "Tu però siederai per
terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di
quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto
ti verrà dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane
con l’altra ciambella, darai all’avaro nocchiero la monetina che
avrai conservato e, oltrepassato nuovamente il fiume,
ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il
suo coro di stelle.
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"Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola
che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa,
non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa
nasconde.’ "Così quella torre provvidenziale assolse il suo
profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il
promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle
secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada
infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al
nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del
morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere
delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa
del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina.
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Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le
offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un
pane scuro, poi riferì l’ambasciata di Venere."E senza indugio
prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece
tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda
ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e
risalì dall’inferno con passo assai più leggero.
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Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché
avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita
da un’imprudente curiosità: ‘Sono proprio una sciocca’ si disse:
‘porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un
pocolino, non fosse altro per piacere di più al mio bellissimo
amante’ e, detto fatto, aprì la scatola. "Ma dentro non v’era
nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte
che s’impadronì di lei non appena ella sollevò il coperchio e
che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di
sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, là
sul sentiero. "E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo,
come morta.
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Amore va in aiuto di Psiche.
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Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s’era
rimarginata, non sopportando più a lungo la lontananza di
Psiche, era fuggito da un’altissima finestra della stanza dove
lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del solito sulle ali
rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche.
Premurosamente egli le dissipò il sonno che rinchiuse di nuovo
dove era prima nella scatola, poi, appena pungendola con una sua
freccia, ma senza farle del male, la svegliò: ‘Oh, tapinella’ le
disse ‘ecco che la tua curiosità stava lì lì per perderti
un’altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a eseguire l’incarico
che ti ha affidato mia madre: al resto penserò io ed il dio
innamorato si librò leggero sulle sue ali e Psiche si affrettò a
recare a Venere il dono di Proserpina. "Cupido dal canto suo
divorato com’era dalla passione e tutto preoccupato per
quell’improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava,
pensò bene di ricorrere ai suoi espedienti e salito con le sue
ali veloci sulla sommità del cielo si mise a supplicare il
grande Giove e a esporgli la sua situazione.
E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a sé:
‘Signor mio figlio gli fece, dopo averlo baciato, ‘benché tu non
mi abbia mai portato quel rispetto che m’è dovuto per unanime
consenso di tutti gli dei, ma anzi tu abbia continuamente
bersagliato con le tue frecce questo mio cuore che regola le
leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in
tresche e avventure d’ogni genere e, quindi, macchiando la mia
fama e il mio buon nome con vergognosi adulteri, a dispetto
delle leggi, ad onta della stessa legge Giulia e della pubblica
morale facendo ignobilmente prendere al mio aspetto sereno ora
le forme di un serpente, ora quelle di una fiamma, di una belva,
di un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere
clemente con te, tanto più che sei cresciuto fra le mie braccia.
Perciò farò tutto quello che mi chiedi, a un patto però: che tu
stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per caso, sulla terra,
ora, c’è qualche bella figliola, ma veramente coi fiocchi, tu mi
ripaghi con quella del favore che ti faccio.’
"Ciò detto ordinò a Mercurio di convocare subito tutti gli dei
in assemblea e di avvisare che se qualcuno fosse mancato avrebbe
pagato una multa di diecimila sesterzi. "A tale minaccia il
teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall’alto del suo
seggio, così parlò: ‘O dei, iscritti nell’albo delle Muse, voi
tutti certamente sapete che questo ragazzo l’ho cresciuto io
stesso con le mie mani.
Ora però credo sia giunto il momento di mettere un po’ a freno i
suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che
corrono in giro sui suoi adulteri e su tutte le sudicerie che
combina. Occorre eliminare ogni occasione e contenere la sua
giovanile lussuria con i vincoli del matrimonio.
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La ragazza già ce l’ha, l’ha anche sverginata: che se la tenga,
ci vada a letto e si goda per sempre Psiche e il suo amore.
E volgendosi a Venere: ‘E tu, figlia mia, per questo matrimonio
con una mortale non te la prendere, non temere per il tuo casato
e la tua condizione. |
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Disporrò che queste nozze siano tra eguali, del tutto legittime
quindi e conformi al diritto civile’ e là per là ordinò che
Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo:
‘Bevi, Psiche’ le disse offrendole una coppa d’ambrosia ‘e sii
immortale; né mai Cupido si scioglierà dal vincolo che lo lega a
te e queste saranno per voi nozze eterne. |
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Le nozze di Psiche con Amore.
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All’istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo
era seduto al posto d’onore e teneva fra le braccia Psiche, poi
veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine
d’importanza, tutti gli altri dei. "Poi fu la volta del nettare,
il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso
pastorello, agli altri, Bacco.
Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e
d’altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse
diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a
cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece
innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella
stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un
Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna. "
Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al
tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà (nel
senso di : Piacevole Diletto).
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Tratto da " Le Metamorfosi" di Apuleio
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