|
 |
 |
|
|
|
3° Parte Amore e Psiche |
|
Psiche vede Amore.
|
|
Allora a Psiche vennero meno le forze e l’animo; ma a
sostenerla, a ridarle vigore fu il suo stesso implacabile
destino: andò a prendere la lucerna, afferrò il rasoio e sentì
che il coraggio aveva trasformato la sua natura di donna. "Ma
non appena il lume rischiarò l’intimità del letto nuziale, agli
occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le
fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che
soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della
lampada brillò più viva e la lama del sacrilego rasoio dette un
barbaglio di luce.
"A quella visione Psiche, impaurita, fuori di sé sbiancata in
viso e tremante, sentì le ginocchia piegarsi e fece per
nascondere la lama nel proprio petto, e l’avrebbe certamente
fatto se l’arma stessa, quasi inorridendo di un così grave
misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non fosse andata a
cadere lontano.
Eppure, benché spossata e priva di sentimento, a contemplare la
meraviglia di quel volto divino, ella sentì rianimarsi. "Vide la
testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido
collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle
spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della
lucerna impallidiva; sulle spalle dell’alato iddio il candore
smagliante delle penne umide di rugiada e benché l’ali fossero
immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano
irrequiete come percorse da un palpito.
"Tutto il resto del corpo era così liscio e lucente, così bello
che Venere non poteva davvero pentirsi d’averlo generato. Ai
piedi del letto erano l’arco, la faretra e le frecce, le armi
benigne di così grande dio. "Psiche non la smetteva più di
guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosità le
toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra
per provarne sul pollice l’acutezza ma per la pressione un po’
troppo brusca della mano tremante la punta penetrò in profondità
e piccole gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle.
|
Fu così che l’innocente Psiche, senza accorgersene, s’innamorò
di Amore.
E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandonò sopra e
con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che si
destasse, cominciò a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi. |
|
Scomparsa di Amore.
|
|
Ma mentre l’anima sua innamorata s’abbandonava a quel piacere la
lucerna maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare
anch’essa quel corpo così bello, lasciò cadere dall’orlo del
lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d’olio ardente.
Ohimè audace e temeraria lucerna indegna intermediaria d’amore,
proprio il dio d’ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo
un amante ad inventarti per godersi più a lungo, anche di notte
il suo desiderio.
"Balzò su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e
tradita la sua fiducia, senza dire parola, d’un volo si
sottrasse ai baci e alle carezze dell’ infelice sposa. "Psiche
però, nell’attimo in cui egli spiccò il volo, riuscì ad
afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a
restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo
fra le nubi, finché, stremata, non si lasciò cadere al suolo.
"Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla così distesa a
terra e volò su un vicino cipresso e dal ramo più alto con voce
grave e turbata così le parlò: "’Oh, troppo ingenua Psiche, mia
madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del più
abbietto, dell’ultimo degli uomini e a lui darti in sposa; io
invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso
il tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con
il mio stesso dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia
sposa perché tu, pensandomi un mostro, mi troncassi col ferro
questo capo che reca due occhi innamorati di te.
"Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che
cuore ti ho sempre ammonita. Ma quelle tue brave consigliere
presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti;
quanto a te, basterà la mia fuga a punirti.’ E con queste parole
aperse le ali e si levò nel cielo.
Psiche incontra il dio Pan. "Da terra ove giaceva, Psiche seguì
il volo dello sposo finché poté vederlo e, intanto, si sfogava
in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido volo egli si fu
sottratto alla vista di lei, perdendosi lontano nello spazio,
ella corse alla riva del fiume più vicino e a capofitto vi si
gettò; ma il buon fiume, devoto al dio che suole accendere
d’amore anche le acque e temendo per sé, senza farle alcun male
la sollevò su un’onda e la depose sulla riva fiorita.
Per fortuna che Pan, il dio dei campi, se ne stava seduto
proprio lì, sulla sponda del fiume, con Eco fra le braccia, la
dea dei monti e le insegnava a cantare le melodie più varie,
mentre le capre, qua e là, lungo la riva saltando, brucavano
l’erba che la corrente lambiva "Il dio caprino appena vide
Psiche così distrutta e affranta, poiché non era ignaro delle
sue sventure, la chiamò dolcemente a sé, confortandola con buone
parole: "’Figliola cara,’ cominciò a dirle ‘io non sono che un
villano, un rozzo pastore, però di esperienza ne ho tanta dato
che sono vecchio ormai. Quindi se vedo chiaro in fondo in questo
consiste, secondo quelli che se ne intendono, l’essere profeti ,
dal tuo passo vacillante, dal pallore estremo del tuo viso, da
quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi così
tristi, devo arguire che un amore violento ti tormenta.
|
|
Dammi retta, allora, non provarci più a gettarti nel fiume, né
cercare la morte in altro modo. Cessa di piangere, scaccia il
dolore e mettiti piuttosto a pregare Cupido, il più potente
degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com’è, lusingalo con
dolci voti. |
|
La punizione delle sorelle.
|
|
"Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e,
riverente al nume soccorritore, si mise in cammino. "A lungo
errò per strade sconosciute, tra molti stenti, finché giunse con
le prime ombre della sera ad una città dove era re il marito di
una delle sue sorelle.
Appena Psiche lo seppe si fece annunziare e quando fu dinanzi
alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di
saluti, le chiese le ragioni della sua venuta, così cominciò a
dire:
Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad
uccidere con un affilato rasoio il mostro che mi dormiva accanto
sotto il mentito nome di marito prima che fosse lui a divorar
me, poveretta? "Ebbene, quando la complice luce della lampada,
come s’era d’accordo, mi rivelò il suo volto, oh, che spettacolo
meraviglioso, addirittura divino, videro i miei occhi: il figlio
stesso di Venere, Cupido in persona ti dico, era lì che riposava
tranquillo.
"Rimasi come colpita a tale straordinaria visione e mentre tutta
sconvolta da un desiderio prepotente che mi faceva soffrire
perché non riuscivo ad appagare del tutto, malauguratamente,
dalla lucerna cadde una goccia d’olio bollente sulla sua spalla.
Per il dolore egli si svegliò di soprassalto e vedendomi armata
di ferro e di fuoco: "Tu? Un’assassina?" esclamò. "Infame, via
dal mio letto, subito, fa fagotto.
Tua sorella" e pronunziò il tuo nome, "io sposerò con legittime
nozze" e là per là comandò a Zefiro che mi buttasse fuori dalla
sua casa’ "Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella,
eccitata dagli stimoli di una pazza libidine e da una malvagia
invidia, così su due piedi, inventò al marito una panzana che
facesse al caso, cioè che aveva saputo della morte di uno dei
suoi genitori e, di furia, prese la nave e si recò direttamente
alla nota rupe.
Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia,
protesa in una folle speranza, quella cominciò a invocare:
‘Cupido prendimi, sono io la sposa degna di te, e tu, Zefiro,
accogli la tua padrona’ e con un gran salto si buttò giù. "Ma
nemmeno morta poté giungere là dove voleva, perché il suo corpo
si sfracellò sulle rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le
fiere quelle membra straziate furono un pasto abbondante.
Era quello che si meritava.
|
|
"Il seguito della vendetta non si fece attendere. Infatti
Psiche, nel suo peregrinare, giunse a un’altra città dove
abitava la seconda sorella e anche a questa tese la stessa
trappola. Costei, bramosa di prendere il posto della sorella con
nozze sciagurate, s’affrettò a correre alla rupe e fece la
stessa fine dell’altra. |
|
Venere viene a conoscenza dell'accaduto.
|
|
"Intanto mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore,
questi, dolorante ancora per la scottatura della lucerna, s’era
rifugiato nello stesso letto della madre e si lagnava.
|
|
Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del
mare, il gabbiano, velocissimo, si tuffò nel profondo grembo
dell’Oceano e avvicinatosi a Venere che tranquillamente stava
facendo il bagno e nuotava, le riferì che il figlio s’era
scottato, che si lamentava per il dolore acuto della piaga, e
che giaceva a letto in grave stato; infine che la famiglia di
Venere ormai era sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano
dicerie e malignità a non finire, per esempio che il figlio
s’era appartato tra i monti per godersi i favori di una
sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava sempre in mare a
nuotare e che perciò gli uomini non sapevano più cos’era il
piacere, la gentilezza, la grazia, e tutto era diventato rozzo,
selvaggio, volgare, e non si celebravano più matrimoni, non
c’erano più relazioni amichevoli fra gli uomini e anche l’amore
per i figli si stava allentando e c’era solo un gran disordine e
come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno
sentiti.
Questo cicalava quell’uccello petulante e pettegolo all’orecchio
di Venere, calunniandole il figlio.
|
|
"Ah, così quel mio bravo figliolo ha già l’amica?’ sbottò a un
tratto la dea su tutte le furie. E tu che sei l’unico a servirmi
con affetto, fuori il nome, voglio sapere chi è questa che ha
sedotto un ragazzino ingenuo e indifeso, se è una Ninfa o una
delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie al mio servizio.’
"E l’uccello chiacchierone non tacque: ‘Non lo so mia signora,
credo però che egli sia innamorato cotto di una fanciulla
mortale; se ben ricordo si chiama Psiche.’ "Venere saltò su
infuriata e cominciò a gridare: ‘Ah è Psiche che ama! La mia
rivale in bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome.
|
|
Sta a vedere che il ragazzo mi avrà presa per una ruffiana e s’è
pensato che io gli abbia mostrato la fanciulla perché ci andasse
assieme.’ Venere rimprovera Cupido. "E uscì dal mare strillando
per precipitarsi di furia al suo talamo d’oro dove, come le era
stato riferito, trovò il giovanotto infortunato: ‘Belle cose mi
fai sentire’ cominciò a tuonargli dal limite della porta.
‘Proprio quello che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon
nome.
|
|
Prima di tutto te ne sei infischiato degli ordini di tua madre,
anzi, che dico, della tua padrona, e invece di punire la mia
rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa tu, alla
tua età, per i tuoi dissoluti e precoci amori; e io dovrei
sopportare per nuora la mia nemica ? Ma che credi, buffone,
seduttore, essere odioso, che soltanto tu ora sei capace di aver
figli eh ? Pensi che alla mia età io non ne possa più farei .
|
|
Ebbene sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto
migliore di te; anzi, a tuo maggior dispetto, adotterò qualcuno
dei miei schiavetti e gli darò codeste penne, la fiaccola,
l’arco e anche le frecce, insomma tutto quest’armamentario che è
di mia proprietà e che ti avevo affidato non certo perché tu ne
facessi l’uso che ne hai fatto. Roba di tuo padre, infatti, in
tutto questo corredo non ce n’è davvero.
"La verità è che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai
sempre avuto le grinfie lunghe.
|
|
Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani addosso
anche ai tuoi vecchi; perfino di tua madre, dico io, sì,
proprio, anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai
anche picchiata; mi tratti male come se non avessi nessuno al
mondo e non hai soggezione nemmeno di quel grande e forte
guerriero che è il tuo padrino. E che? forse non è vero che
tante volte a dispetto mio gli hai procurate delle ragazze? Ma
ti farò pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti
diventeranno amare e agre queste tue nozze.
|
|
Sì, ma ora che devo fare dal momento che sono stata beffata?
Dove devo andare? E com’è che posso tenere a bada questa
tarantola? Possibile che debbo chiedere aiuto alla Temperanza,
alla mia nemica, che io ho tante volte offeso proprio per colpa
di questo scostumato? "D’altro canto mi vengono i brividi al
pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile; comunque
la soddisfazione che dà la vendetta non è cosa da buttar via, da
qualunque parte venga, e, quindi, proprio di lei e di
nessun’altra mi posso servire per dare a questo pagliaccio una
solenne lezione, spaccargli la faretra spuntargli le frecce,
allentargli l’arco, spengergli la fiaccola, insomma adottare
rimedi estremi per farlo rigar dritto.
|
|
Non mi sentirò soddisfatta dell’offesa patita fino a quando
quella donna non lo avrà pelato della chioma che io stessa, con
le mie mani, ho tante volte pettinato e fatto risplendere come
oro, e non gli avrà spuntate le penne che, tenendolo in grembo,
io gli ho imbevute di nettare.’ "Così parlò la dea e uscì a
precipizio dalla stanza, adirata e furente come sapeva esserlo
soltanto lei. "Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e
vedendola tutta sconvolta le chiesero il perché di quel truce
cipiglio che toglieva incanto e fulgore ai suoi occhi. "Siete
proprio giunte a proposito’ le interruppe: ‘ho la rabbia in
corpo e voi mi darete la soddisfazione che cerco.
|
|
Vi prego, mettetecela tutta, ma trovatemi questa Psiche, sempre
in fuga, sempre che scompare. Sapete, no, le favolette che
corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di quel tipo che
non voglio più chiamare figlio?’ "Quelle, allora, conoscendo i
fatti, si misero ad ammansire la dea: ‘Ma che cosa ha poi fatto
di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi e
addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della fanciulla che
ama? Via, non è mica un delitto se ha fatto l’occhietto a una
bella ragazza. In fondo è un maschio, ed è un giovanotto! O ti
sei dimenticata quanti anni ha? O forse perché li porta bene
credi che sia sempre un ragazzino? E tu che sei sua madre e, per
di più, una donna piena di buon senso, che fai ora?
|
|
Ti metti lì a indagare nelle passioncelle di tuo figlio, ad
accusarlo che è un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi
amori, a biasimare in un ragazzo così avvenente quelle che sono
le tue abitudini, i tuoi piaceri? "Nessun dio, nessun uomo
potrebbe darti ragione se tu continui a spargere il seme del
desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che Amore
faccia astinenza e chiudi la scuola dove s’insegnano certi
vizietti che piacciono alle donne.’ "Così quelle due dee, per
paura delle sue frecce e per propiziarselo, di loro iniziativa
presero le difese di Cupido, benché questi non fosse presente.
|
|
"Ma Venere, indispettita perché le offese che aveva ricevute
venivano prese poco sul serio, voltò loro le spalle e tutta
risentita, a rapidi passi, prese la via del mare. |
|
Inutili invocazioni di Psiche a Cerere e Giunone.
|
|
"Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l’animo in
pena, giorno e notte il suo sposo. Ella più che mai desiderava
se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perché era
troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere
più umili.
|
|
Chissà che il mio signore non abiti lì’ pensò quando scorse un
tempio sulla cima di un’alta montagna. E, sebbene fosse stanca
per il continuo peregrinare, là si diresse affrettando il passo,
sorretta dalla speranza e dal desiderio. Superate rapidamente
alte gradinate raggiunse quei sacri altari. Vide spighe di
frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d’orzo,
falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla
rinfusa, come sogliono lasciarli d’estate per il gran caldo i
contadini stanchi.
Psiche con gran cura cominciò a dividere e a mettere in ordine,
pensando giustamente che ella non dovesse trascurare nessun
tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la
benevolenza di tutti gli dei. "Mentre tutta sollecita Psiche era
intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere *: ‘Oh, povera
Psiche’ esclamò da lontano. ‘Venere è furibonda con te e ti sta
cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la
sua divina potenza grida vendetta.
E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose e a tutto pensi
fuorché a porti in salvo.’ "Allora Psiche prostrandosi dinanzi
alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e spazzando
con i capelli la terra, cominciò a pregarla in mille modi, a
invocarne il soccorso: "Ti supplico per questa tua mano
dispensatrice di messi, per le gioconde feste della mietitura,
per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo
alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti,
per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rapì
Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua
discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per il suo ritorno alla
luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario,
ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti supplica, la sua
povera vita.
"Lascia ch’io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi
giorni soltanto, finché non si plachi, col tempo, la collera
terribile di una dea così potente o almeno fino a quando io non
riprenda, con una breve sosta, un po’ di forze, sfinita come
sono dopo un così lungo peregrinare.’ "Mi commuovono le tue
lacrime e le tue preghiere’ le rispose Cerere ‘e vorrei proprio
aiutarti.
Ma Venere è una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale
sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perciò, di
farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio e
consideralo già un favore se non ti faccio mia prigioniera.’
"Così, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e,
delusa, sentì raddoppiare dentro l’angoscia.
Tornò allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che
verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con
bell’arte .
Non volendo tralasciare nessuna possibilità, benché minima, di
miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio,
qualunque fosse, ella si avvicinò alla sacra porta e vide
magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d’oro appesi
ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che
testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della
dea cui erano dedicati.
"Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e
abbracciando l’altare ancora tepido, così pregò.
"O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti
nell’antico santuario di Samo, la sola che può vantarsi dei tuoi
natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d’averti
allevata, o sia che tu ti indugi nella beata dimora dell’eccelsa
Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul
dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso
le rive dell’Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e
regina di tutte le dee, tu che tutto l’Oriente venera col nome
di Zigia e tutto l’Occidente con quello di Lucina, sii nella mia
estrema sventura, veramente Giunone Salvatrice e me, sfinita da
tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del pericolo che
mi sovrasta.
So che tu sei quella che prontamente accorre a sostenere le
donne nel momento rischioso del parto.’
"Così supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti
Giunone in persona in tutta l’augusta maestà del suo nume: "Come
vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere’ le disse ‘ma per
doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volontà di
Venere, che mi è nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene
come una figlia. Per giunta ci sono anche le leggi a
impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalità agli schiavi
fuggiti senza il permesso dei loro padroni.’
"Per la seconda volta Psiche vide così naufragare le sue
speranze. Sentiva che non avrebbe più potuto raggiungere il suo
sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa.
Quali altre strade mi restano’ incominciò a pensare fra sé,
‘quali rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto
aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo
volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual
tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire all’occhio
implacabile della grande Venere?
Perché, invece, non ti fai coraggio e, decisamente, rinunzi alle
tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua
padrona e con un atto di umiltà, anche se tardivo, non cerchi di
placarne la collera violenta? Chissà che quello che stai
cercando da tanto tempo tu non lo trova proprio là, nella casa
di sua madre?’ "Così, pronta a una resa le cui conseguenze erano
incerte, o meglio portavano a una sicura rovina, Psiche
rifletteva tra sé come incominciare la supplica.
|
|
|
|